VIRGILIA D’ANDREA

Virgilia D’Andrea nasce a Sulmona l’11 febbraio 1888 da Stefano D’Andrea e Nicoletta Gambescia. All’età di sei anni, rimasta tragicamente orfana, viene affidata dai parenti a un collegio di suore, dove rimane fino alla maggiore età. Nel collegio Virgilia trascorre una vita solitaria, all’insegna di una rigida educazione cattolica che tuttavia non riuscirà a condizionare le sue scelte future. Nonostante le severe regole del collegio, Virgilia riesce a leggere molto – di nascosto e con voracità – soprattutto poesia: Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Mario Rapisardi, Ada Negri. È in particolare la poetessa lodigiana a più colpirla: «Io uscii da quella lettura rinnovellata e rinvigorita, come se tutto l’essere mio si fosse tuffato in un bagno di azzurro purificatore».

In Torce nella notte Virgilia racconterà il suo primo incontro con la parola anarchia quando dodicenne, insieme alle altre ragazzine del collegio, è obbligata a pregare per il re, ucciso da un “pazzo” e “criminale”. È il 29 luglio 1900. Umberto I è ucciso a Monza da Gaetano Bresci. Sarà la poesia Il regicida di Ada Negri a chiarire a Virgilia il motivo che aveva spinto Bresci a compiere l’attentato. La poesia è un’arma potente, può dare risposte a un desiderio inappagato di conoscenza e giustizia. E la poesia sarà per Virgilia la rivoltella che utilizzerà per esprimere la sua lotta contro le ingiustizie e i poteri dell’epoca. Uscita dall’istituto religioso, Virgilia lascia Sulmona per trasferirsi a Napoli, dove compie gli studi universitari. Tornata in Abruzzo, comincia a insegnare nei paesini attorno alla sua cittadina. È un’esperienza che la mette in contatto con un’umanità povera, emarginata e che sarà fondamentale per la sua futura scelta politica.

L’insegnamento nelle scuole, il contatto con le quotidiane ingiustizie che subisce la popolazione povera della Marsica, la condizione di discriminazione sociale e sessuale subita dalle donne, l’esperienza tragica del terremoto e infine l’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale, vissuta da Virgilia drammaticamente, l’avvicina alle idee pacifiste e socialiste. Decide di abbandonare la scuola e buttarsi a capofitto nella militanza sociale: dapprima schierata con le fila antinterventiste e socialiste, in seguito nelle fila dell’anarchismo.

Ad Avezzano c’è un attivo circolo socialista fondato dai ferrovieri fin dal 1897. La D’Andrea entra a far parte del circolo guidato dall’avvocato Mario Trozzi, e in poco tempo è a capo di un gruppo di donne socialiste abruzzesi, con il quale firma un appello per chiedere l’immediata cessazione della guerra e la proclamazione della pace. È l’avvocato Trozzi che nel 1917 fa incontrare Virgilia con Armando Borghi, figura di spicco dell’anarchismo italiano e segretario dell’Unione sindacale italiana (Usi), in quel momento internato a l’Impruneta, in provincia di Firenze, per la sua opposizione alla guerra. È un incontro fondamentale nella vita di entrambi. S’innamorano quasi immediatamente. La loro vita insieme diventa un turbine di attività. Da quel momento Virgilia è anarchica, vivendo a pieno la stagione dell’antimilitarismo e dell’impegno sindacale come attivista e dirigente. Collabora a «Guerra di classe», il giornale dell’Usi fondato da Borghi a Bologna nel 1915, tiene conferenze, viene imprigionata, rimpiazza Borghi come segretario dell’Usi quando viene arrestato e, nei momenti di calma forzata, scrive poesie in galera. In questo periodo Virgilia viene costantemente spiata, nonostante le autorità di polizia la considerino semplicemente la compagna di Armando Borghi. È un’idea sbagliata, per meglio dire maschilista, quella che pensano i delatori e i poliziotti di Virgilia. Negli anni a seguire l’attività militante e l’impegno viscerale contro il fascismo faranno cambiare idea alle autorità di polizia: Virgilia sarà segnalata come pericolosissima sovversiva. Al termine della guerra Virgilia inizia un giro di conferenze politiche attraverso in tutta la penisola italiana. Siamo alla vigilia del Biennio Rosso. Nel 1919 Errico Malatesta è tornato in Italia da Londra per riprendere in mano le fila del movimento anarchico e guidarlo nella possibile e imminente Rivoluzione sociale. Virgilia lo incontra quasi subito e con Armando Borghi lo raggiunge a Milano, dove dal febbraio del 1920 Malatesta ha fondato e dirige il quotidiano «Umanità Nova». Nella città lombarda Virgilia entra a far parte della segreteria nazionale dell’Usi la cui sede, in via Mauri 8, serve anche da casa per lei, Borghi e Malatesta. In quei mesi tiene numerosi discorsi nelle officine e nelle piazze di Milano e in ogni parte d’Italia.

L’insuccesso della rivolta spartachista in Germania e l’assassinio di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg, a cui dedica due brevi poemi Spartacus e È forse un sogno!, il fallimento dell’occupazione delle fabbriche in Italia e l’affermazione dello squadrismo fascista, spengono in Virgilia la speranza di una rivoluzione “dal basso”, ma non la fanno desistere dal combattere con ogni mezzo possibile il nascente fascismo. Nel 1922 Virgilia pubblica Tormento, la sua prima raccolta di poesie – dedicata a Errico Malatesta – che le procura, l’anno seguente, una denuncia da parte della questura di Milano per vilipendio e istigazione all’odio di classe. Scrive lo zelante funzionario della questura di Milano nel suo rapporto al ministero degli Interni a proposito del libro: «È scritto in versi, ed i versi sono trasmodanti di felina bile contro l’Italia nei suoi poteri e nel suo assetto sociale: sono versi scritti pesantemente e con studio per istigare a delinquere, eccitare all’odio e vilipendere l’Esercito».

L’escalation delle violenze fasciste rende sempre più difficile a Vigilia la permanenza a Milano, così come la costante attenzione da parte delle autorità di polizia. Decide di espatriare. Chiesto e ottenuto il passaporto per la Germania, subito dopo l’ascesa al potere del fascismo, parte insieme ad Armando Borghi alla volta di Berlino per partecipare al Congresso per la fondazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori, l’internazionale anarco-sindacalista. Sempre con Borghi decide di trasferirsi ad Amsterdam, ospite di De Lyght, ex pastore protestante passato all’anarchismo, e da lì in Francia, a Parigi, dove vivrà sei anni. Il soggiorno parigino segna la maturazione politica di Virgilia come pubblicista anarchica e antifascista, con l’impegno a favore degli esuli politici, la campagna per la liberazione di Sacco e Vanzetti, la campagna in difesa di Mario Castagna ed Ernesto Bonomini, i cortei per la liberazione di Sante Pollastro e la difesa del gesto di Gino Lucetti. Trova casa nel Quartiere Latino, in Rue de Malebranche, e subisce il fascino di Parigi, città che ama moltissimo, in cui i movimenti artistici si intersecano con quelli politici e libertari e dove frequenta il mondo dei perseguitati e degli sradicati d’Europa. Nella capitale francese, la sua attività militante non si ferma: continua senza sosta ad appoggiare la causa rivoluzionaria e la lotta antifascista, nonostante le frequenti crisi di debolezza e inappetenza, strascico del soggiorno berlinese. Continua la sua difesa dell’atto individualista e della violenza rivoluzionaria, criticando aspramente il fatto che le donne non possano partecipare alla lotta armata. Il suo desiderio d’azione la coinvolge, sebbene marginalmente, nel controverso “affaire Garibaldi”. Nel 1925 si iscrive all’Università La Sorbona e pubblica L’ora di Maramaldo, un’aspra e violenta critica al fascismo e a Mussolini, paragonato a un vile che sa infierire solo sui deboli. L’anno seguente Borghi decide di lasciare Parigi e raggiungere clandestinamente gli Stati Uniti. Virgilia resta così da sola. Lo raggiungerà solo alla fine del 1928. Nel novembre del 1928, ottenuto dal console americano a Parigi un permesso di visitatrice temporanea, lascia la Francia per raggiungere New York e ricongiungersi con Armando Borghi che, da clandestino, era arrivato negli Stati Uniti due anni prima. Gli anni dell’esilio americano la vedono impegnata completamente in una dura campagna antifascista e antimilitarista: attraversa tutti gli Stati Uniti, dalla costa orientale alla California, in particolare nelle città dove la comunità italiana stenta a organizzarsi politicamente, parlando nei picnic che avvengono nei parchi delle città, in piccole sale e in pubbliche assemblee e tenendo conferenze che attraggono sempre un vasto pubblico, sebbene sempre seguita dalla polizia che teme la sua forte influenza. Le denunce durante comizi e conferenze sono nette ed inequivocabili e sono contro la religione e il concetto di patria, letti come il sottofondo nascosto per poter perpetrare il dominio di classe e giustificare il fascismo. Il lavoro di propaganda la impegna molto ma le sue forze non l’aiutano e Virgilia vorrebbe poter avere anche più tempo per dedicarsi alla scrittura e ai suoi studi. Il suo stato di salute però continua a peggiorare. Nel 1932, durante un giro di conferenze nel Massachusetts, è ricoverata d’urgenza per un’emorragia nell’ospedale di Boston, dove viene operata per un tumore all’intestino. L’intervento chirurgico, per pura coincidenza, è condotto dalla dottoressa Ilya Galleani, la figlia del noto anarchico Luigi Galleani. Nel luglio dello stesso anno muore a Roma Errico Malatesta, in seguito a una grave crisi respiratoria. Virgilia verrà a sapere della sua morte da una lettera di Elena Melli, che comunica la dolorosa perdita, il mese successivo. Dopo l’operazione Virgilia torna a New York. Sembra riprendersi e inizia a lavorare alla stesura di Torce nella notte. Per diverso tempo l’impegno nella scrittura del libro, pur tra alti e bassi, l’aiuta a distrarsi dalla malattia, ma nella primavera dell’anno seguente atroci dolori la costringono a un nuovo ricovero in ospedale a New York, dove muore l’11 maggio 1933. Poche ore prima della sua morte, esce dalla tipografia Torce nella notte, il suo ultimo libro. I funerali si svolgono quattro giorni dopo. Virgilia viene sepolta nel cimitero di Astoria a New York.

 

Dalla nota biografica a cura di Lorenzo Pezzica

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